RUBRICA "DALL'ULTIMO BANCO VEDEVO IL MONDO - I RACCONTI DI ANDREA": A MODENA NON USCITE DA SOLI PER NATALE - VI^ PARTE

 

Dall'ultimo banco vedevo il mondo 

I racconti di Andrea

 
© Andrea Ronchetti

A MODENA NON USCITE DA SOLI PER NATALE 

VI^ parte 

 
In Questura venne organizzata in un lampo un’operazione su vasta scala, con l’impiego di ogni elemento disponibile e il contemporaneo aiuto e sostegno delle altre forze dell’ordine. 
I Vigili Urbani chiusero al traffico tutte le strade intorno alla villetta dove abitava l’inglese, per un perimetro molto ampio. All’interno di questa zona rossa, a formare una serie di cerchi concentrici, furono dislocate sia pattuglie della Guardia di Finanza che dei Carabinieri, quest’ultimi nei punti sensibili più a ridosso all’edificio in maniera da creare una rete impenetrabile per chiunque volesse fuggire. Le abitazioni più prossime alla villetta vennero prontamente evacuate, con discrezione s’intende, per non mettere sul chi vive colui che oramai era il principale, sennonché l’unico sospettato di essere il feroce omicida, mentre sui tetti delle medesime si posizionarono i tiratori scelti, con visori notturni da puntamento e sniper rifle di precisione. Arrivarono da Bologna alcune unità dei Reparti Speciali Antisommossa, mentre gli stessi Carabinieri, per non essere da meno di nessuno, mobilitarono il Reparto Investigazioni Scientifiche in appoggio alla medesima specialità della Polizia, già sul posto con una sua sezione, e addirittura si presentò il Raggruppamento Operativo Speciale. Non mancarono di essere allertate anche alcune unità cinofile, in verità non si sa bene poi il perché. In ogni caso, quando il commissario suonò il campanello, sapeva di avere alle spalle un vero e proprio esercito. Egli ebbe però una premura tutta personale; cooptò una psicologa sua amica ed il medico che aveva già visitato il ragazzo. 
L’inglese non si mostrò poi così sorpreso della visita del poliziotto; lo fece entrare e si limitò a dire: «Fate quel che dovete fare». 
La perquisizione fu lunga e minuziosa; gli agenti si mossero per la casa con calma e metodo e ogni angolo, pertugio o stanza venne controllato, perquisito ed analizzato, così come il giardino, con metal detector, ed il garage. 
Il commissario lasciò che le operazioni venissero coordinate dal suo vice e si preoccupò innanzitutto di Paul. Il dottore e la psicologa vennero mandati nella sua stanza, per tenerlo tranquillo e egli li accompagnò, anche per incontrare questo figliolo, così particolare, e farsi un’idea di lui e del mondo in cui viveva. 
Il giovane uomo, perché in effetti di questo si trattava, stava seduto sul letto, con gli occhi sbarrati fissi in avanti e le mani sulle orecchie, apparentemente spaventato dal trambusto che sentiva in casa. Era un ragazzo alto, muscoloso, dai bei lineamenti regolari, la carnagione chiara, gli occhi celesti ed il capo coperto da riccioli chiari. Al commissario fece quasi tenerezza. E un filo di pietà, per quella luce nei suoi occhi, che non era quella giusta. 
«Don’t worry, Paul!» gli disse il padre, che era salito in camera con gli altri. 
«Do you remember the doctor who visited you? He came back to visit you, with a friend: miss Angela». 
«Hi Paul, I’m Angela, how are you?» 
«Può usare l’italiano, signora; siamo bilingui». 
Il commissario seguiva tutto attentamente, mentre dava un’occhiata alla stanza: un arredo adatto ad un bambino da scuole elementari, fumetti di Walt Disney su di una mensola e sul comodino, un poster di Peter Pan ed uno del Liverpool appiccicati all’armadio. 
La televisione stava accesa, sintonizzata su un canale per l’infanzia: trasmettevano una di quelle serie che il commissario aveva cordialmente detestato quando la guardava e riguardava a ripetizione con i figli piccoli. 
Il dottore e la psicologa si avvicinarono al ragazzo e con grande tatto e gentilezza iniziarono ad occuparsi di lui che, vestito in camicia a quadri e jeans, sostenuti da grandi bretelle nere, li guardava sospettoso e non parlava, rivolgendo un’occhiata implorante al padre. Il genitore gli si avvicinò, lo accarezzò sul volto e gli diede un bacio. 
«Venga» fece il commissario all’inglese, dopo aver atteso che la situazione fosse stabile «Non si preoccupi, sono professionisti in gamba. Hanno gia affrontato molte situazioni simili. Suo figlio è in buone mani». 
Usciti dalla stanza Darrymore si voltò verso il commissario e con filo di voce aprì il suo cuore: «Thank you, Sir!» 
Il commissario, a mo’ di risposta, mosse appena appena il capo come formula di cortesia per quella premura e forse pure per scusarsi. Di che cosa poi, di tutto quel casino? Faceva solo il suo dovere! Si sentiva a disagio là dentro. Tutto lo metteva a disagio là dentro: la casa, con il suo arredo inguardabile, quel vecchio soldato, il ragazzo. Le certezze e la determinazione che lo avevano sorretto fino al momento in cui aveva suonato il campanello erano scomparse. Aveva una gran voglia di andarsene, di fregarsene, di scappare da qualche altra parte, rifugiarsi in un bar e bere fino a dimenticare quel Natale, i corpi dilaniati, l’orrore che attanagliava la città. 
Toccava a lui però far luce su quella tragedia, e allora il dovere risalì dal fondo del mare del suo cuore, dove era andato a nascondersi, accartocciato come un vecchio giornale, e gli impose di comportarsi di conseguenza. 
Sentì una voce chiamarlo. Insieme a Darrymore scese le scale: un agente lo informò che avevano trovato un tablet, in una scatola dietro la spalliera del letto della camera del pensionato anglosassone, con applicazioni molto interessanti, e glielo porse. Non ci volle molto a capirne l’utilizzo essenziale: una in particolare permetteva di inserirsi in maniera fraudolenta nel database del circuito di videosorveglianza del centro. Si poteva anche scegliere in tempo reale tra le varie telecamere e scaricare i file delle registrazioni sul device portatile anziché farli arrivare al server. Le opzioni successive erano poi le più varie, eliminare file di video, sostituirli con altri modificati, corretti eliminando ad esempio le persone che vi apparivano ed inserendone delle altre; e rimettere i file di nuovo sul database centrale. E tutto senza lasciar traccia del proprio intervento. O quasi. 
Si rivolse a Darrymore: «Con questo è stato facile far sparire il suo passaggio dalle telecamere della zona tra via Gallucci e via Mascherella, non è vero? Ancora non abbiamo capito come ha fatto a non apparire in quelle di corso Vittorio Emanuele, ma lo appureremo, può scommetterci!» 
«Le telecamere sono state spostate, non è difficile. Guardi, commissario, si fa così...» disse l’agente, che spiegò: «Probabilmente è intervenuto poco prima del delitto, per creare una zona non coperta; in seguito ha riportato tutto alla situazione precedente. Tanto le registrazioni vengono guardate solo in caso di necessità. E nessuno si è ancora accorto che fosse avvenuto». 
Darrymore non fiatava. Si limitava a fissare in viso il commissario. Il suo atteggiamento era cambiato: stava rigido, gli occhi duri come l’acciaio, le mani sui fianchi, serrate a pugno. 
«Un programma molto sofisticato... ma ogni programma lascia delle tracce, mister Darrymore; degli «avanzi», mi scuso se non uso un termine tecnico: sa, ci capisco poco di questi affari, io. L’importante è che ci capiscano i tecnici informatici della Polizia Postale, che sono riusciti a ricostruire un file con le immagini originali. E in una sequenza l’abbiamo riconosciuto, John, mentre passava per via Gallucci, all’ora del delitto...» 
Darrymore continuava a tacere. 
Il commissario era oramai in vena di confidenze e si rivolse all’inglese: «Quando sono venuto qua la prima volta e lei mi ha domandato dei riscontri in nostro possesso, ha capito immediatamente che non poteva trattarsi delle telecamere, ma di altro. Lo smartphone, ad esempio. Ecco perché non ne abbiamo il collegamento con la cella di via Gallucci e via Mascherella... lo ha lasciato a casa, semplice! Ma abbiamo la sua immagine. Per via Gallucci. E il collegamento del suo telefono alla cella della telefonia mobile per corso Vittorio Emanuele. Quindi, lei era presente in ognuno di questi luoghi al momento degli omicidi!» 
Entrò in quel momento un carabiniere, tutto agitato: «Commissario!» 
Non ci fu bisogno di molte parole: in garage avevano trovato una botola, nascosta sotto un baule di vecchi vestiti e ciarpame vario; dentro, avvolta in uno straccio tutto sporco, la verità.
Il commissario si fece aprire davanti agli occhi quel tremendo regalo di Natale e scoprì che si trattava di un paio di manopole di ferro, simili in tutto e per tutto a quelle delle corazze medioevali. Queste però avevano la particolarità di far uscire dal loro dorso, con un movimento secco del polso, lunghe lame ricurve di acciaio, affilate come il disco di un’affettatrice e sporche di sangue. 
Il commissario Morini stavolta non riuscì a rimanere impassibile e gli scappò un’imprecazione, anzi una bestemmia. Alcuni agenti reagirono d’impulso e afferrarono Darrymore per le braccia, strattonandolo e insultandolo. 
«Fermi! Che cazzo fate? Lasciatelo, è un ordine!» urlò il commissario. 
Si avvicinò all’uomo, che si stava ricomponendo: «Perché, Darrymore?» 
L’inglese rimase muto. 
«La dichiaro in arresto per gli omicidi di Ibrahim Moussa Al Kabeer, di Gloria, che aveva solo vent’anni e di quel povero inserviente ghanese di cui adesso non mi viene il nome, ma tanto sono sicuro che a lei non gliene può fregare di meno... Portatelo via!» 
Gli agenti lo ammanettarono e lo accompagnarono verso una volante, che attendeva fuori, sulla strada, già col motore acceso. Mentre passavano davanti all’ingresso della villetta la porta si aprì e comparve Paul, trattenuto a stento dal medico e da un carabiniere, che si mise ad urlare: «Daddy, oh daddy! Why are they taking you away?» poi in italiano «Non andar via, papà! Resta con me! Perché vai via con queste persone? Ho paura, papà!». 
Ad aumentare la confusione contribuì anche un’unità cinofila che stazionava in giardino e si trovava vicino alla scena: improvvisamente i cani si misero prima a ringhiare e ad abbaiare furiosi, sordi ad ogni richiamo dei loro conduttori, poi come avevano incominciato, così, di colpo, si zittirono, si accucciarono e presero a guaire. Intanto, quel ragazzone, che si agitava come un bambino, piangeva e si disperava; a fatica fu ricondotto alla ragione e riportato in casa. 
L’inglese si fermò, nel momento in cui varcava la soglia del cancelletto, alzò gli occhi che aveva tenuto bassi fin lì, ma non osservò la scena né guardò mai il figlio, bensì il commissario, che nell’istante in cui il suo sguardo incrociò quello di Darrymore vi lesse dentro una disperazione senza limiti. E si disse che era abbastanza anche per lui.  
 
[continua...
 
© Andrea Ronchetti
 
 

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