RUBRICA "DALL'ULTIMO BANCO VEDEVO IL MONDO - I RACCONTI DI ANDREA": A MODENA NON USCITE DA SOLI PER NATALE - VIII^ PARTE

 

Dall'ultimo banco vedevo il mondo 

I racconti di Andrea

 
© Andrea Ronchetti

A MODENA NON USCITE DA SOLI PER NATALE 

VIII^ parte 

 
L’incontro tra i due Darrymore non fu un bello spettacolo. Poiché, per regolamento penitenziario, all’incontro non potevano essere presenti più di tre persone, escluse le guardie carcerarie, il commissario e il suo vice furono fatti accomodare in una stanzetta attigua alla sala parlatoio del carcere, dalla quale si poteva assistere agli incontri tramite una  televisione a circuito chiuso. 
Quando il giovane Paul, accompagnato dalla psicologa amica del commissario che dopo l’arresto del padre lo aveva preso in cura nella sua struttura, entrò nella parlatoio e vide il genitore, il dramma esplose in tutta la sua interezza. Furono strepiti, urla, pianti. Dovettero intervenire entrambe le guardie carcerarie presenti per trattenere quel ragazzone che stava dando di matto, mentre sia il padre che la dottoressa si prodigavano per calmarlo. Con grande fatica riuscirono a riportare la pace in quella mente semplice, impaurita e sconvolta, e a scacciare il temporale di emozioni che lo stava sconvolgendo. 
Finalmente riuscirono a farlo sedere di fronte al padre, con le braccia allungate e inerti sul tavolo di formica, mentre il genitore gli prendeva il viso tra le mani e se lo baciava, sussurrandogli parole dolci e coccolandolo con tenerezza. Il ragazzo si lasciò andare in un pianto finale liberatorio, con le spalle squassate da singulti, prima di rilassarsi definitivamente e cingere a sua volta il corpo del padre con le sue braccia possenti. Rimasero così, abbracciati, per lunghi istanti che parvero non finire mai. Con dispiacere e a malincuore, una delle guardie avvertì che il tempo del colloquio era finito: era padre pure lui, e si era commosso. Come tutti gli altri. Anche il commissario e De Sarpi si erano commossi. Paul, levandosi lentamente dalla sua sedia, si voltò quindi per andarsene, gli occhi persi a guardare il pavimento, sostenuto dalla guardia dispiaciuta e dalla psicologa, mentre il padre veniva ricondotto in cella. Nell’uscire dalla stanza, quegli occhi si alzarono a lanciare un’occhiata alla telecamera del circuito televisivo. Solo un’occhiata, lunga però, poi quello sguardo infelice si riabbassò, per perdersi nuovamente nel suo mondo oscuro. 
«Sei contento? Bella scena, eh?» cominciò De Sarpi, rivolto al suo superiore. «Non potevamo evitarcela?  Povero ragazzo... Il padre si beccherà l’ergastolo, ma anche per lui non sarà una bella vita. Chiuso in un istituto, se gli va bene». 
Il commissario non rispose. Pensava alla quarta traccia ematica, all’incidente di Paul bambino, alle Falkland, al treno che si era portato via sua madre, all’ubriaco massacrato in Brasile, alla vecchia aggredita nel Devonshire, a quegli occhi perduti nel buio. Soprattutto al buio, che si era impossessato di entrambi i Darrymore. 
«De Sarpi, tornando in Questura, lasciami in corso Vittorio Emanuele. Mi prendo il pomeriggio. Per qualsiasi cosa, chiamami». 
«Va bene. Ne hai avuto abbastanza anche tu, eh?» 
Il commissario quasi si vergognò, stavolta, a mentire al collega: «Devo ancora prendere un regalo per i miei figli...» 
«Allora, sarà il caso che ti sbrighi. Ti rimane poco tempo!» 
«Già. Poco tempo». 
Fu allora che si rese conto di provare per la prima volta una sensazione che non aveva ancora provato, in quei giorni convulsi. Ma più che una sensazione era un sentimento: la paura. Una paura fottuta.
Rimasto solo, il commissario cercò di scacciare quel tormento e per ritrovare il coraggio e la forza per non cedere alle ombre che si annidavano nella sua mente si abbandonò ad un navigare senza meta per il centro di Modena, lasciando traccia di sé per le sigarette che si accendeva una dopo l’altra, buttandone poi le cicche per terra, durante il suo girovagare per i viali, sotto i portici, nelle piazze. Però non si fermava davanti ai negozi, se non di rado. Gettava uno sguardo distratto alle vetrine, senza voglia né desiderio. Lo attiravano invece i volti delle persone che incontrava. Il centro città non era più così deserto come i giornali avevano raccontato dopo la scoperta dei delitti di via Gallucci e via Mascherella. L’assassino era stato preso, tutto era tornato al suo posto. I modenesi si erano rasserenati e si mostravano numerosi per le vie dello shopping natalizio, assembrandosi nei caffè e nei bar, affollando i negozi alla moda e visitando le boutique, intenti nei loro programmi di spese e relax. Ma il commissario, in quegli occhi che incontrava, sotta la vacuità dei sorrisi falsi e delle luci della festa, vi leggeva comunque la paura, un vero terrore a volte. Una paura recondita, ancestrale, inimmaginabile fino a poco tempo prima e che faticava ad andarsene. Le persone camminavano in gruppi, quasi tutte, e si muovevano frettolose, specialmente nelle traverse meno frequentate, come se ci fosse qualcosa o qualcuno all’erta, nascosto nel buio, nell’ombra dei palazzi e della semi oscurità dei rari lampioni fiochi, pronto ad assalirle, a terrorizzarle. Si era fatto buio e chi aveva finito le proprie incombenze o commissioni scappava via, senza pensarci troppo. Oh, certo, l’assassino era stato preso, si poteva stare tranquilli. Tranquilli. Lo avevano annunciato pure le autorità. Tutto era tornato al suo posto. L’ordine era stato ristabilito. Ma da quegli occhi la verità saltava fuori: che la paura ancora la faceva da padrona. E pure al commissario tutti quegli annunci parevano solo belle parole... 
Una telefonata improvvisa lo scosse: Borrelli. 
Non ci sperava più. Artigliò il telefono. 
«Aveva ragione, commissario...» 
Si fece raccontare tutto, per filo e per segno. 
Chiusa la chiamata notò che l’orologio indicava le diciotto e trenta; fermò un tassì e si fece portare dal suo amico artigiano, in tempo prima che chiudesse, e quindi in Questura a prendere la macchina. Da qualche campanile suonavano le diciannove. 
Un rapido salto dentro, in ufficio, a sentire se c’erano delle novità, poi sgattaiolò via, per tornarsene a casa. Non che ci fosse qualcuno ad aspettarlo a casa, a parte un siamese maschio di sei anni dalla fame trascendente, un’innata propensione alla pigrizia e due fanali color acquamarina tanto strabici da riuscire nell’impresa di inquadrare il frigorifero e vedere la parete dietro. I bambini erano dalla strega Gabriella. Mica era vero, come sosteneva lei, che i bambini l’adorassero, quella psicopatica lunatica, ma era pur sempre la loro madre e tutto sommato non ci stavano poi così male insieme. Doveva ammettere che con loro Gabriella si trasformava e smussava le asprezze del proprio carattere, però... però, in fondo meglio così. Meglio saperli con la mamma che averli lì con lui, con le angosce che si portava a casa dal lavoro, i suoi dubbi perenni, le sue indecisioni. Gabriella gli diceva sempre: «Ma come ha fatto, uno come te, a diventare commissario?» 
A volte, se lo domandava pure lui. 
Entrato in casa si tolse il loden blu notte e per prima cosa accontentò le esigenze nutritive del suo padrone domestico, poi si cucinò un’omelette, aprì una bottiglia di birra chiara e cenò sul tavolino davanti alla televisione, continuando a cambiare canale. 
Dopo la birra, non rinunciò ad un nocino, quindi la stanchezza prese il sopravvento e si appisolò. 
A svegliarlo fu il campanello di casa. 
Al citofono riconobbe subito la voce del vice commissario De Sarpi. 
«Finalmente! Ma perché non rispondi al telefono?» 
Solo allora lui si rese conto di averlo messo in modalità silenziosa. 
«Veramente... scusa, avevo staccato un po’… Che succede?» 
«Paul Darrymore è scomparso!» 
Gli avrebbe provocato meno shock mettere due dita nella presa di corrente. 
«Sali!» 
«No! È meglio se torniamo in Questura. Stanno coordinando le ricerche e hanno bisogno di te!» 
Il commissario si fece due conti veloci: «Vai avanti tu! Scendo e ti raggiungo con la mia macchina!» 
«Ok!» 
Arrivato in Questura, alla sala riunioni venne informato dei fatti: nella comunità che lo aveva accolto non si trovava più. Il ragazzo aveva partecipato alla cena in comune con altri ospiti, verso le venti, e poi, all’incirca un’ora dopo, era stato accompagnato nella sua stanza. Ad un giro di controllo, effettuato più tardi, risultava però assente. Inizialmente lo avevano cercato nella struttura, pensando che fosse uscito dalla camera per chissà quale motivo e si fosse smarrito per i corridoi dell’edificio, che era molto grande. Così avevano perso tempo e la Polizia era stata avvisata solo mezz’ora dopo l’allarme. Erano già partite le ricerche e si pensava anche di diramare i suoi dati alla Polfer e alla Stradale. 
Il commissario aveva ascoltato tutto il rapporto in silenzio, senza proferire alcunché, aveva osservato i colleghi dare disposizioni e comandi, organizzare le ricerche, aveva osservato le pattuglie partire per la caccia. Tutto in maniera apatica, quasi inerte ed ora, abbandonata la sala riunioni, se ne stava seduto sulla sua poltrona, in ufficio e si girava tra le mani il pacchetto che aveva ritirato dal suo amico. 
«È incredibile!» commentò De Sarpi «pare se ne sia andato da una finestra di un bagno che han trovato aperta. Che facciamo? Son mobilitati tutti gli uomini disponibili, ma nessun risultato per ora. Quel ragazzo, con la testa che ha, può pure fare una brutta fine...  Ma, a proposito, si può sapere che ti piglia? Mi sembri dissociato! Non hai detto nemmeno una parola, un commento, dato un’indicazione, un suggerimento; nemmeno una bestemmia! Che ti gira per la testa?» 
«Che ore sono?» 
«Le ventitré passate». 
«Potrebbe voler andare da suo padre. Sa dove si trova il carcere. C’è stato per il colloquio, no? Molto infantile, ma, nell’ottica del personaggio, plausibile. Prendi chi è rimasto in Questura e mettiti di posta intorno a Sant’Anna». 
«Tu non vieni?» 
Il commissario nicchiò: «Io? No. Io, no. Non subito, almeno. Faccio prima un salto a casa Darrymore». 
«Pensi che vada là? Ti accompagno» propose De Sarpi. 
«È meglio di no». 
Il vice commissario fece il tentativo improvvido di insistere: «Ma scusa, perché? Se Paul è tornato nella villetta...» 
In tutto il piano risuonò un urlo: «Puttana Eva, De Sarpi, ti ho dato un ordine! Vai!» 
Nessuno aveva mai visto il commissario così incazzato. De Sarpi non ebbe il coraggio di ribattere.

[continua...
 
© Andrea Ronchetti
 
 
 

Qui la VII^ parte del racconto 

 

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