RUBRICA "DALL'ULTIMO BANCO VEDEVO IL MONDO - I RACCONTI DI ANDREA": A MODENA NON USCITE DA SOLI PER NATALE - IV^ PARTE
Dall'ultimo banco vedevo il mondo
I racconti di Andrea
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© Andrea
Ronchetti |
A MODENA NON USCITE DA SOLI PER NATALE
IV^ parte
Modena, tre giorni prima di Natale.
La cena con Gabriella, come pensava, gli fu indigesta, e per molti
motivi.Ne avrebbe fatto a meno molto volentieri, ma non poteva; in ballo
c’erano decisioni da prendere riguardo ai bambini e la sua ex moglie aveva
preteso di trovarsi di persona e parlarne a quattr’occhi, anche se pure a lei
non andava a genio di vedersi.
Andarono in un locale che preparava quasi esclusivamente carne
grigliata: leggerissima da digerire per lui. Combinando questo aspetto con la
piacevole discussione che ne scaturì con la consorte di un tempo che fu, e i
pensieri sul caso che gli pendevano come una spada di Damocle sul collo, si
ritrovò ben presto ad assistere alla nascita di un meraviglioso mal di testa a
cappella che, ne era certo, lo avrebbe accompagnato per tutto il giorno
successivo. Salvo scariche pesanti di adrenalina, a salvarlo da quella piaga
d’Egitto.
Alle tre di notte, l’adrenalina arrivò. Violenta ed improvvisa. Il
telefono, come fosse la tromba dell’adunata, mandò in frantumi ogni sua
speranza di pace e riposo: era De Sarpi.
«Dormi?»
«Ecchecazz... certo che dormo! O almeno ci provo! Cosa c’è?»
«Un grosso guaio. In via Mascherella. E pure in via Gallucci. Una
ragazza ed un... Ehi! Ma ci sei al telefono?»
No, non c’era più al telefono. Alla parola guaio era balzato dal
letto per infilarsi i pantaloni come un fulmine, lasciar perdere la camicia,
mettersi il maglione sopra il pigiama e buttarsi dentro la macchina,
parcheggiata davanti a casa.
Arrivò in via Mascherella con il loden infilato ancora per
metà, mentre un cordone di agenti aveva bloccato i due ingressi alla strada,
sia da corso Canal Grande che da viale Martiri della Libertà e non passava
nemmeno uno spillo. Esibito il tesserino si diresse, con il cuore in gola, verso
un capannello di persone che stazionavano accanto ad un fagotto di lenzuolo bianco
disteso sull’asfalto.
Gli venne incontro il suo collega: «Non è un bello spettacolo...»
«Fanculo! Chi è?»
«Una ragazza, te l’ho già detto. Mezz’ora fa. Non di più. Le hanno
tagliato la gola, amputato un braccio di netto e aperto tutto il resto. E quello
in via Gallucci è messo anche peggio!»
Si sentì prendere come da un senso di vertigine: «Aspetta un
attimo! Che vuol dire “Quello in via Gallucci è messo anche peggio”? Ce n’è un
altro?»
«Non mi hai proprio ascoltato, eh? Te lo stavo dicendo al telefono:
ne ha fatti fuori due. In pochi minuti. Prima questa. Aveva vent’anni, si
chiamava Gloria, studentessa universitaria. Tornava da una serata con le
amiche, probabilmente. Poi, poco dopo, un inserviente di un bar di via
Gallucci, che stava chiudendo l’attività. Un ragazzo di colore, Kwabena Amoakò,
ghanese, immigrato regolare. Lo hanno sentito urlare. Pare che abbia tentato
una sorta di difesa. Ci sono pezzi di lui sparsi per tutta l’ampiezza della
via, tanto che il suo sangue ha imbrattato i muri delle case di entrambi i lati
della strada».
Il commissario guardava fisso il lenzuolo, attonito. Poi si scosse da quel torpore, come se
si risvegliasse di colpo da un lungo sonno: «Qui è pieno di telecamere...
Cristo Santo! Qualcosa si vedrà! Testimoni?»
«Nessuno. A quell’ora le vie sono deserte».
«Sbatti giù dal letto un giudice e fatti preparare un mandato di
perquisizione. Subito! Chiama il gestore della rete e chiedigli se il numero
dell’inglese era agganciato alla cella della zona fino a poco fa. Hai capito?
Solo quello dell’inglese! Io vado da lui, poi tu mi raggiungi col mandato e con
tutta la squadra!»
Il vice commissario non ebbe la forza di contraddirlo stavolta.
Sapeva come si doveva sentire: come chi danza a piedi nudi sui carboni ardenti.
Gli capitò di guardare il cielo, oltre le luci dei lampioni, mentre il suo
superiore se ne andava a passo spedito, senza stare nemmeno a sentire un maggiore
dei Carabinieri che lo aveva chiamato per nome: in alto c’era una splendida luna piena.
Era appena arrivato davanti alla villetta quando una telefonata
del vice commissario lo raggiunse: «Senti, è meglio che torni in Questura. Il
mandato non lo avremo prima delle nove di domattina...»
Il commissario non riuscì a trattenere un’imprecazione: «Puttana
Eva! Ascoltami, manda qui una pattuglia che lo fermiamo per accertamenti. Hai
novità sulle telecamere e sui telefoni?»
«Meglio parlarne qua...»
Il commissario ebbe un moto di stizza e picchiò con violenza i
pugni sulla corona del volante, esasperato.
De Sarpi era stato evasivo, ma forse aveva ragione; bisognava
agire senza farsi dominare dalle emozioni. Fece inversione e tornò indietro.
Appena arrivato in via Divisione Acqui incontrò il collega che lo
aspettava davanti al portone. Si precipitò sulle scale ordinando al suo
sottoposto un perentorio: «Andiamo in ufficio!»
Entrò di slancio e si buttò sulla poltrona.
«Allora?»
Il vice commissario chiuse la porta e si avvicinò alla scrivania:
«Allora succede che stavi per fare una grande cazzata. Nelle registrazioni
delle telecamere non c’è niente. Ma niente di niente. Voglio dire: si vedono le
vittime, ma non l’assassino. E nessuna figura, tra i pochi passanti in quella
zona e in quei momenti, corrisponde minimamente con la figura di John
Darrymore. Ti dirò di più: il suo telefono non sta nemmeno tra quelli che si
sono agganciati momentaneamente alla cella di zona, e l’agente di turno alla
sorveglianza dell’inglese mi ha assicurato che non è uscito di casa né di
giorno né di notte. Amico mio: stavi per prendere un granchio: non è stato
lui!»
Il commissario sentì che tutte le energie nervose che lo avevano
sostenuto fino a quel momento adesso lo stavano abbandonando e chinò gli occhi,
in segno di resa: «Che ore sono?»
«Le quattro e mezza».
«Tra poco la città si sveglierà terrorizzata e il prefetto andrà
nel panico. E io non sono Superman... ho bisogno di dormire. Ora chiudo gli
occhi qui, sulla poltrona, per un paio d’ore. Fammi avere il mandato di
perquisizione per le nove, come hai detto tu».
«Ma perché? Cosa pensi di trovare?»
«Le prove, che diamine! Quel Darrymore non ha ancora capito chi
sono!»
«Sei fermamente convinto che sia lui, l’assassino, eh?»
«Convinto è una parola grossa. Sento però che in qualche modo
Darrymore abbia un legame con queste morti. Abbiamo vagliato diversi altri
profili e l’unico che non mi convince è lui. Ma non abbiamo nulla di concreto
in mano, quindi vediamo di sbrigarci».
«Credo che giù in magazzino ci debbano essere ancora delle brande
ripiegabili da campeggio e dei sacchi a pelo, usati dagli allievi poliziotti per
il corso estivo di orienteering in montagna, alcuni anni fa».
«Bravo! Senti, è arrivato qualcosa dall’Interpool?»
«Dagli tempo. Domattina sollecito».
«Svegliami quando avrai il mandato».
«Domani il prefetto metterà la città sotto assedio...»
«Lo faccia pure. Purché non rompa le palle al sottoscritto.
Buonanotte!»
Il sonno per il commissario fu tremendamente agitato, vuoi per la
scomodità della branda vuoi per l’angoscia della situazione. Quei corpi
dilaniati, l’orrore che da essi nasceva e si spandeva tutto intorno, l’idea che
là fuori ci fosse qualcuno che avesse come unico scopo della propria esistenza
spargere terrore e mietere vite innocenti, quasi fosse la Morte in persona con
la sua falce, non gli diedero requie. Verso le dieci, De Sarpi lo scrollò ad
una spalla: «Tirati su, ti ho portato un caffè e un cornetto. Fai colazione e
vai in bagno a renderti presentabile. Il prefetto ha indetto una riunione
d’urgenza, tra mezz’ora. Intanto ha già chiesto l’aiuto ai militari. Vuole soldati
di pattuglia e presidio in ogni angolo della città. Giornali, radio e Tv sono
impazziti. Per strada non c’è nessuno: i modenesi si sono chiusi in casa, se la
stanno facendo addosso. Mi ha chiamato un amico carabiniere, che ha fatto il
giro per gli ipermercati della città e il centro: un deserto!»
Il commissario si scrollò di dosso una parte dell’intontimento che
ancora lo attanagliava con uno sbadiglio e una stiracchiata. Si rimise in
piedi, uscendo dal sacco a pelo e cominciando a rivestirsi, rimettendosi i
pantaloni, domandò: «A parte questo, notizie utili?»
«Ho mandato l’agente Bonetti a prendere il mandato. Sul tavolo ti
ho messo il rapporto arrivato dall’Interpool e anche quello da Scotland Yard.
Ci ho buttato un’occhiata. In Inghilterra non risulta nessun delitto, ma un
mese prima che Darrymore lasciasse il paese con suo figlio nel villaggio del
Devonshire dove abitavano venne denunciata un’aggressione: un’anziana signora ferita
da uno sconosciuto, che le inflisse gravi lesioni da armi da taglio. La donna
dichiarò che chi l’aveva aggredita era un uomo forte e robusto, ma di non
essere in grado di riconoscerlo: era troppo buio lungo la strada dove avvenne
il fatto, anche se...»
«Anche se?»
«Beh, anche se era una notte di luna piena!»
Al commissario andò quasi di traverso l’ultimo pezzo di cornetto:
«Cerchiamo di essere seri, hai capito?»
«Guarda che hanno scritto proprio così, gli inglesi!»
«E anche se hanno scritto così, noi non ci dobbiamo fare
influenzare, va bene? C’è altro?»
«Darrymore in questi ultimi tredici anni ha cambiato spesso
residenza: ha abitato in Irlanda, Brasile, Messico, poi in Giamaica, e infine
negli Stati Uniti, da dove poi è arrivato in Italia, a Modena».
«E ci sono stati delitti irrisolti dove lui ha dimorato?»
«Hanno scritto che stanno facendo ulteriori controlli. Sai, non è
facile, ci vuole tempo... però, in Brasile, in un villaggio non lontano dalla
cittadina nello stato del Paranà, dove aveva preso residenza, un contadino
venne ritrovato all’alba, steso sulla strada principale, dilaniato da numerose
coltellate e fendenti, come quelli che provoca un machete. Era un tizio
conosciuto per essere un ubriacone, e infatti al momento del decesso aveva più
alcool in corpo lui che un barile di acquavite. Era pure un frequentatore di tutte
le bettole della zona, e noto per essere amante del gioco d’azzardo. Hanno
ipotizzato una vendetta per un debito di gioco e chiuso il caso».
«Immagino fosse una notte di plenilunio pure quella...»
«Vorrei risponderti di no. Ma mi sono preso la briga di
controllare...»
Il commissario quasi non aveva ascoltato la risposta, tanto la
conosceva già. Buttò fuori dalla finestra un’occhiata. C’era la sua macchina di
servizio con il motore acceso che l’aspettava.
«Andiamo. Lascia detto a Bonetti che ci raggiunga in Prefettura
col mandato».
De Sarpi lo seguì fuori dall’ufficio, contento di non aver
azzardato, pena un’altra lavata di capo, a dirgli che per scrupolo aveva
controllato pure la fase lunare del giorno dell’arrivo dell’inglese in città.
Il risultato infatti lo avrebbe fatto incavolare ancora di più: ne era saltato
fuori che non ci si poteva, come dire, considerare esenti da rischi, poiché
coincideva con la fine del plenilunio. Al commissario, questa considerazione
non sarebbe proprio piaciuta. Eh, no, proprio no.



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