RUBRICA "DALL'ULTIMO BANCO VEDEVO IL MONDO - I RACCONTI DI ANDREA": A MODENA NON USCITE DA SOLI PER NATALE - I^ PARTE

 

Dall'ultimo banco vedevo il mondo 

I racconti di Andrea

 
© Andrea Ronchetti

A MODENA NON USCITE DA SOLI PER NATALE 

I^ parte 

 

Modena, cinque giorni prima di Natale.

«Se domani mattina non ti vedo con i soldi» sibilò, mentre gli svuotava l’anima con uno sguardo d’acciaio «ti taglio la gola. Mi hai inteso?»  
Ibrahim resse la feroce intensità che sparavano due enormi occhi di bronzo e gli sputò addosso un «Certo, fratello! Ti ho mai deluso?» 
«Quelli che mi hanno deluso, l’han fatto una volta sola...» ribatté la montagna di negro che gli stava davanti al naso, aggiustandosi il giubbotto. 
«Yalla, andiamo!» ordinò, rivolgendosi ad altri tre personaggi che si stavano guardando intorno, a mo’ di guardie del corpo. 
«Ricordati, Ibrahim! Domattina!» e sparì, lungo la via Emilia Centro, affollata di gente per lo shopping natalizio. 
«Ibrahim... quello non scherza!» fece un ragazzo che stazionava lì vicino. «I soldi tu non ce li hai! Ti conviene scappare. Se prendi il treno, stasera sei a Milano da tuo cugino Abdullah e lui ti nasconderà...» 
«Sei un pezzo di cretino, Mohamed!» ruggì l’altro. 
«Secondo te, sono un frocetto qualsiasi che scappa? Io ce li ho, i coglioni!» 
«E come farai, allora?» 
Ibrahim si tastò la tasca destra del giaccone, dove riposava un bel serramanico: «Guardati intorno... quanta bella gente in giro. Tutta piena di soldi. Andiamocene in quel viale che sta dietro all’Accademia, come si chiama? Ah, sì; corso Vittorio! Dai, andiamo là e sediamoci su una panchina. Presto un poco di questi soldi ci passeranno davanti...» 
«Se vuoi, vacci tu, Ibrahim! Io ho troppo freddo. Non mi va di congelarmi ad aspettare la fortuna. O i guai!» 
Mohamed venne raggiunto da un «Idiota!» fulmineo e sprezzante lanciatogli dal compagno il quale, con un gestaccio, si accomiatò da lui, allontanandosi. 
Le campane del Duomo batterono distintamente le otto di sera, quando Ibrahim si buttò su una panchina, all’incirca a metà del viale. Passarono diverse persone a quell’ora, purtroppo per lui tutte accompagnate e spesso pure in piccoli gruppi, immersi in allegri chiacchiericci e sogni di vacanze prossime a materializzarsi. Si mise a giocherellare col cellulare. Il tempo passava, la sera avanzava, inesorabilmente, e sempre meno gente sfilava davanti alla panchina. Si stava innervosendo. Sentì i morsi della fame e quelli della rabbia. Finalmente, saranno state le dieci circa, una figura solitaria si mostrò. Procedeva claudicante, incerta, tra i coni di luce dei lampioni e le ombre proiettate dagli alberi del viale. 
«Perfetto!» pensò Ibrahim. 
Ma per sua somma sfortuna, aveva scelto il viale sbagliato, il giorno sbagliato e, soprattutto, la preda sbagliata.
 
Il commissario di Polizia Morini s’inginocchiò e sollevò perplesso un lenzuolo macchiato di sangue rappreso, disteso su quello che sembrava in apparenza un cumulo di rifiuti, diede un’occhiata sotto e gli venne un conato. 
Alzandosi, incrociò lo sguardo di un sottufficiale dei Carabinieri e gli venne spontaneo di pensare «E andiamo con la collaborazione!», ma si trattenne: «Ditemi tutto, marescià!» 
«C’è poco da dire: Ibrahim Moussa al Kabeer, marocchino, ventiquattro anni, irregolare, in Italia da due, probabilmente. Precedenti per spaccio di droga, aggressioni, danneggiamenti e furto. Un santo».
«Un santo... Chi l’ha trovato?» 
«Hanno chiamato la Centrale mezz’ora fa. Una nostra pattuglia era nei paraggi e si è fiondata qua. Non hanno potuto far altro che constatarne il decesso». 
«Constatarne il decesso? Cos’è, un eufemismo? Gli hanno...» 
«...Mezzo staccato di netto la testa con un colpo solo e aperto il corpo con una serie di tagli a croce di S. Andrea, dal torace fino al basso ventre. L’intestino sta ancora fuori dalla pancia. Eh sì, potrebbe essere un eufemismo. Morte istantanea». 
«Dove sta la pattuglia?» 
«Dietro quei cassonetti laggiù. Uno non smette di vomitare». 
Il commissario si avviò verso un gruppo di platani, dove si intravedevano due militi con i cappelli in mano e l’aria di quelli che avevano visto troppo per quella sera, per quel mese e forse per tutto l’anno che stava per arrivare.  
«Ah, ispettore! Un’ultima cosa...»
«Veramente sarei commissario… Comunque, mi dica pure, marescià...» 
«Mi scusi, commissà! Ecco… il medico legale ci ha già dato un’occhiata e ha detto una cosa strana». 
«Una cosa strana? Cosa?» 
«Che a prima vista non sono ferite inferte da lame...»  
«Ah no? E da che cosa, allora?» 
«Da artigli...»
 
[continua...

 
© Andrea Ronchetti

 

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