RUBRICA "DALL'ULTIMO BANCO VEDEVO IL MONDO - I RACCONTI DI ANDREA": A MODENA NON USCITE DA SOLI PER NATALE - II^ PARTE

 

Dall'ultimo banco vedevo il mondo 

I racconti di Andrea

 
© Andrea Ronchetti

A MODENA NON USCITE DA SOLI PER NATALE 

II^ parte 

 

Modena, quattro giorni prima di Natale. 

«Massima priorità!» 
«Eh, la fa facile il prefetto» pensò il commissario Morini, uscendo dalla riunione interforze, organizzata nella mattinata del giorno seguente il delitto, nelle sale del bel palazzo del principe Foresto in corso Canal Grande. 
La verità era un’altra, ben più angosciante e palese: che brancolavano nel buio. 
C’erano tutti, alla riunione; Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza, Polizia Locale. Poco mancava che fosse stato chiamato pure l’esercito. Il prefetto si sentiva sulle spine, e non a torto: un omicidio così efferato aveva avuto immediatamente una certa risonanza mediatica pure sui giornali e le televisioni nazionali, cosicché perfino da Roma si erano scomodati, al dicastero dell’Interno, tanto da far partire, non si sa se per ordine diretto del Ministro, la pressante richiesta di far luce sulla vicenda in maniera rapida, efficace e definitiva. 
Il commissario, appena uscito sul corso, si accese una sigaretta e s’incamminò verso la via Emilia, rifiutando di prendere la macchina di servizio per tornare in Questura. Aveva bisogno di pensare. 
Di certezze ce n’erano poche, anzi, pochissime.
Avevano fermato e interrogato tutti gli amici e i conoscenti del morto, ricostruito per filo e per segno i suoi movimenti di quel pomeriggio, fino a sera inoltrata, appurato quali fossero le sue intenzioni, vale a dire rapinare qualcuno per fare su un po’ di soldi per pagare un debito, fermato e torchiato lo spacciatore nigeriano, altra anima candida, che lo aveva appunto minacciato poco prima per quell’affare, una storia di due o trecento euro, ma più che sbattere quest’ultimo al carcere di Sant’Anna per qualche giorno per minacce, e già che c’erano per spaccio di droga, non potevano fare. Primo, perché ’sto stronzo aveva un alibi solidissimo per l’ora del delitto: se ne stava a bere in compagnia, notato da molti testimoni, in un locale del centro agli antipodi dal luogo dove si era consumato il crimine, e secondo perché tanto un giudice compiacente gli avrebbe dato i domiciliari all’udienza di convalida del fermo, e quindi poi di certo si sarebbe volatilizzato nel nulla in un attimo. 
Intanto i tabulati telefonici relativi al cellulare della vittima non avevano rivelato alcunché di interessante. Nessun numero nell’elenco aveva portato ad una pista almeno plausibile. Cosa rimaneva? Ah, sì certo, le registrazioni video delle numerose telecamere presenti in zona e i dati afferenti ai telefoni che si erano agganciati e poi staccati dalla stazione radio di base della zona, in gergo “la cella” della rete di telefonia mobile. 
Fumando e pensando era arrivato alla fine del Portico del Collegio, tutto addobbato, come del resto le vie principali del centro di Modena, con festoni rutilanti di luci natalizie. Si fermò un attimo, poi svoltò per via San Carlo, quindi prese a destra per via Castellaro, s’infilò in quel pertugio che è via dello Zono, dove gettò a terra il mozzicone incurante dell’occhiataccia di una vecchietta, e sbucò in piazza XX Settembre, a cercare una panchina libera. 
C’era poca gente, in quel momento. Il trenino di Natale stava arrivando, semivuoto. Si sarebbe riempito dal tardo pomeriggio in avanti, quando tanti modenesi si sarebbero riversati in centro per farsi notare mentre passeggiavano, prendersi un caffè e fare qualche acquisto, magari incontrando un amico o un vecchio conoscente. Quindi, quasi tutte le panchine erano vuote. Se ne scelse una soleggiata, come fosse una lucertola che aveva dimenticato di andare in letargo, si prese il tempo per accendersi un’altra sigaretta e riprese il suo lavoro mentale. 
«Dov’ero rimasto?» pensò a voce alta «Ah, le telecamere e i dati della cella telefonica!» 
Riuscì a non farsi distrarre dal bel fondoschiena che una signora bionda gli fece scivolare davanti al naso mentre con la memoria ritornava all’ora del delitto; per il medico legale, tra le ventidue e le ventidue e mezza. Tolti i numeri degli smartphone dei residenti, che in quella mezz’ora erano rimasti agganciati all’antenna del sistema, ed escludendo quelli che di converso vi erano rimasti collegati troppo poco, poiché quasi certamente erano in transito su un mezzo di trasporto, la ricerca aveva dato come risultato una sessantina di numeri. Un’enormità. Le verifiche e i controlli successivi, laboriosi, estenuanti e antipatici, avevano scremato nettamente la lista, riducendone il numero di quelli interessanti ad un paio, forse tre. 
Aspirò una bella boccata di veleno e passò mentalmente alle registrazioni delle telecamere. 
Un bel niente di niente!  
Certo, si vedeva chiaramente la vittima sulla panchina giocare col telefono, guardarsi intorno ogni tanto, cambiare postura, ora con le gambe allungate sul selciato, ora seduto di traverso per evitare che altri potessero sedersi accanto a lui, come del resto si potevano notare chiaramente tutte le persone che gli passavano davanti, i loro volti, il loro abbigliamento. Ma sfortunatamente proprio quella zona del viale, prima e dopo la panchina, presentava diverse e cospicue zone d’ombra non coperte dalle telecamere. Il commissario Morini chiuse gli occhi e tornò al momento esatto in cui si vedeva il magrebino alzarsi e con noncuranza avviarsi verso il suo destino: ecco, quell’uomo aveva notato qualcuno o qualcosa che gli interessava; si alzava dalla panchina, si aggiustava i pantaloni un poco abbassati, si metteva le mani nella tasche del giubbotto e s’incamminava, uscendo dalla visuale della telecamera. Dieci minuti dopo circa, la Centrale riceveva la telefonata in cui si avvertiva di aver udito un urlo spaventoso sul viale. Un caso... oppure ci si trovava davanti ad un gran furbone, che conosceva l’ubicazione delle camere e il loro raggio d’azione? Anche perché, detta tra noi, lui non ci credeva affatto alla storia degli artigli, pure se il medico legale, un suo vecchio amico, lo aveva messo a disagio dicendogli: «Se lo scrivo nel referto autoptico mi cacciano, ma te lo giuro, non hanno usato un arma da taglio corta per ridurlo così». 
«E cosa può essere stato, allora? Una spada, un’ascia, una katana giapponese?» 
«Magari! Mi crederai pazzo, ma sembrano davvero ferite provocate dagli artigli di un orso o di un leone». 
«Un orso o un leone?» 
«È così! E pure di dimensioni enormi». 
«Sì. Sei decisamente pazzo...» 
«Bevessi, il fatto è che sono astemio. È una cosa, questa che mi sconvolge». 
«Sconvolgerebbe anche me essere astemio…» 
«Ma no, pezzo di un somaro! La tipologia delle lesioni, intendo. Non voglio scendere in tecnicismi ma non ho evidenze, nemmeno letterarie, sulle ferite che presenta il cadavere. Tranne che nei casi in cui la morte non derivi dall’aggressione di una fiera. Devi credermi!» 
«E perché dovrei crederti? Io penso che tu stia dando i numeri. Un animale selvatico, enorme per giunta, in centro a Modena! E proprio in coincidenza con le festività natalizie! Già che ci siamo, perché allora non diciamo che è stato un lupo mannaro, eh?» 
«Non sfottermi! Guarda che ci va di mezzo la mia professionalità!» 
«La tua professionalità... È vero che ti ho sempre considerato un professionista esemplare, un anatomopatologo preparato e scrupoloso ma stavolta sai che ti dico? Vai al diavolo tu e tutto il tuo zoo!» 
«Fai quello che vuoi. Ti dico solo una cosa: io un corpo ridotto così da parte di un altro essere umano non l’avevo mai visto. Hai notato una cosa? I suoi occhi: erano sbarrati dal terrore. Ho letto la scheda segnaletica di questo tizio: per mettere paura ad un tipo come lui, ce ne voleva, sai? E una tale paura da fargli sbarrare gli occhi in quel modo… Chissà che ha visto!» 
«Li ho notati anch’io. Hai ragione: deve aver visto perlomeno il diavolo in persona. Comunque, appena hai finito, mandami il tuo rapporto. Voglio leggermelo con calma». 
«Va bene. Ah... a proposito di lupi mannari: ieri sera è cominciato il plenilunio, lo sapevi?» 
«Ma va a fare in culo!»
Il commissario chiuse gli occhi e si lasciò coccolare per un po’ da quel sole nutriente. Un’altra cosa di tutta la vicenda lo lasciava perplesso: il movente. 
Perché uccidere quel ladruncolo, e soprattutto in quel modo? La tesi della legittima difesa non reggeva. Chiunque si sarebbe limitato a urlare, magari cercare di colpirlo con quello che aveva per le mani, o tentare la fuga; Ibrahim era stato sventrato! Chi aveva incontrato? Una violenza simile presupponeva un odio feroce, incancrenito nel tempo e rimasto inespresso, oppure una reazione animalesca, sorretta da una forza sovrumana. Un animale... Si chiese se le assurde teorie del medico legale non lo stessero inconsciamente influenzando un po’ troppo. 
Si alzò dalla panchina. Anche la seconda sigaretta se n’era andata. Gettò per terra pure quel mozzicone, perpetuando la propria maleducata abitudine da tabagista incurante della buona educazione, e si avviò verso la fontanella del Graziosi, dove si dissetò. Rialzando il viso dallo zampillo d’acqua che sgorgava dal becco dell’anatra, posto mezzo metro più in basso rispetto al luogo più impudico del fanciullo di bronzo, ebbe modo di abbracciare, con uno sguardo d’assieme, tutta le piazza e gli sovvenne, chissà perché, uno strano ricordo. Quello di un compleanno di qualche anno prima, quando gli amici e i colleghi della Questura gli regalarono, a lui che modenese non era, un libro d’immagini della città, com’era una volta. E ricordò di aver letto che lì, al posto della piazza v’erano, fino all’inizio del Novecento, alcuni vicoletti bui, fatti di case popolari, alte, umide e malsane, con negozi di macellai di carne bovina o beccai, come si usava dire, tanto che uno di quei vicoli era nominato appunto vicolo del Bue e nasceva, insieme ad un’altra strada, chiamata contrada delle Vaccine, dall’attuale via Albinelli, che allora prendeva il nome di contrada delle Carceri. Già... perché stavano proprio lì, più di un secolo fa, le galere della città. In quella strada, tra portici e osterie, v’era un antico edificio religioso, l’oratorio di San Giovanni della Buona Morte, così nominato perché vi trascorrevano la loro ultima notte i condannati a morte. 
Rimase stupito da quel ricordo. Davanti ai suoi occhi ripassarono le immagini del corpo di quel ragazzo, oltraggiato oltre misura. Eh no, Ibrahim era un delinquente, certamente, e meritava la galera, ma di sicuro non aveva fatto proprio una buona morte!
 
[continua...
  
 
© Andrea Ronchetti

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