RUBRICA "DALL'ULTIMO BANCO VEDEVO IL MONDO - I RACCONTI DI ANDREA": A MODENA NON USCITE DA SOLI PER NATALE - X^ PARTE

 

Dall'ultimo banco vedevo il mondo 

I racconti di Andrea

 
© Andrea Ronchetti

A MODENA NON USCITE DA SOLI PER NATALE 

X^ parte 

  
«È cominciato tutto con l’infortunio domestico, vero, Paul? Che tanto infortunio domestico non è. Piuttosto l’incontro con un destino orrendo, direi. Era una bella sera d’estate, di luna piena e tu...» 
«...Ed io tornavo a casa. Ero stato con altri compagni da un amico. Frank, mi pare si chiamasse. Abitavamo all’epoca in un cottage di campagna ed io stavo percorrendo un viottolo da solo, avendoli appena salutati. All’improvviso, balzando fuori da un grosso cespuglio, mi si parò davanti un essere enorme, dotato di braccia possenti dalla forma animalesca, simili a zampe. Anche le mani erano particolari: rivoltate verso il corpo come piagate dall’artrosi, mostravano unghie lunghissime, mostruose, orrendamente ricurve. Aveva il corpo coperto da peli scuri e orecchie appuntite dalle dimensioni abnormi. Una coda pelosa gli spuntava sopra il sedere, ma a far impressione era la bocca, spalancata e irta di denti affilati. Il corpo era seminudo, malamente ricoperto qua e là da brandelli di vecchi indumenti. Gettò un pauroso ululato che avrebbe fatto accapponare la pelle a chiunque e subito mi si gettò addosso. Cercai di difendermi, ma quel mostro mi si parò davanti in un attimo e quei suoi artigli presero a lacerarmi i vestiti, ferendomi profondamente sul collo, sulle braccia, sul torace. Infine mi sollevò, tentò di azzannarmi un braccio, ma io lo ritrassi indietro per fortuna, si fa per dire, altrimenti mi avrebbe staccato l’arto di sicuro; tuttavia, non riuscii ad evitare che i suoi canini mi incidessero la cute dell’avambraccio, e quindi mi scagliò con violenza a terra. Per fortuna, non ebbi a sbattere la testa, altrimenti sarei morto. Ma l’impatto col terreno mi lesionò irrimediabilmente il ginocchio. Quando stava per finirmi, si sentì la voce di mio padre che mi cercava, armato con il suo fucile. Fu la mia salvezza. Quell’essere, uomo o animale che fosse, si dileguò immediatamente e scomparve in un attimo, come era apparso. Penso di essere svenuto per il dolore, perché non ricordo altro». 
«Poi è cominciato il calvario...» 
«Non subito. Un mese dopo, alla luna nuova successiva, mi ammalai. Febbri, tremori. Passò la luna, passò tutto. Il mese dopo capitò ancora, di nuovo. Ma peggio di prima. E il mio corpo cominciò a modificarsi. Presi a diventare sempre più simile ad un animale, ad un cane. Peggio... ad un lupo. Il corpo mi si riempiva di peli, le orecchie si allungavano, come i canini. Prendevo coscienza di una forza sovrumana, della capacità di udire suoni mai uditi prima, di correre veloce come non avevo mai fatto in passato. Ma, soprattutto, mi prendeva la voglia irrefrenabile di... cacciare! Di uccidere!» 
«Ecco perché i cani dell’unità cinofila si sono comportati in quella tal maniera: loro ti avevano riconosciuto». 
«Già...» 
Intanto Paul si era alzato e si era spostato di nuovo verso la credenza. 
«E i tuoi, Paul?» 
«Quando succedeva, mi chiudevano dentro, in camera. A volte, mi legavano anche al letto. Mia madre era terrorizzata. Poi i suoi nervi non ressero più alla tensione». 
«Il treno. Un attimo, e tutto era finito...» 
Con un singulto Paul assentì. Era diventato enorme, le spalle si erano incurvate, le mani mostravano artigli poderosi, fatte per uccidere, dilaniare. Ma stavano appoggiate su un viso che non era più umano, ma animalesco. Un muso di lupo feroce, che piangeva. Scendevano lacrime umane da quel viso diventato muso che di umano non aveva più nulla e tutto in quell’istante parve diventare grottesco e inutile. 
Al commissario nacque dentro l’animo un moto di pietà per quel giovane e d’istinto abbassò l’arma per avvicinarsi, per confortarlo. 
Paul esplose, furibondo: «Non lo faccia, commissario! Non vede che sono diventato? La ucciderò, tra poco, se non se ne va! Mi lasci andare via! Mi lasci scappare, la prego!» 
Distogliendo la forza dei propri nervi dall’ipnosi della vacuità dei sentimenti, il poliziotto si riprese e lo incalzò di nuovo: «Come siete scappati dopo la tua prima aggressione? La vecchietta nel Devonshire? E dopo ancora, in Brasile e in tutti gli altri posti dove siete stati? Quante ne hai stroncate di vite, Paul?» 
«Troppe...» 
«Toglimi una curiosità, Paul: tua nonna era italiana...» 
«Di Modena». 
«Ecco perché siete venuti qui. Eri tornato a casa...» 
«Pensavamo che forse qui avrei trovato la pace. Mi dispiace per quello che è successo. Davvero!» 
«Ma in qualche modo deve finire, Paul! Tuo padre è in galera e si beccherà l’ergastolo per delitti che non ha commesso. E tu? Fuggirai per sempre, Paul? Qualcuno, prima o poi, ti fermerà. Qualcuno che crede ai racconti horror». 
«E ritiene di essere lei, commissario? Con quella? Non sa che ci vogliono proiettili d’argento per ammazzare un mannaro?»
«Ne ho il caricatore pieno, Paul. Me li son fatti preparare da un armaiolo, amico mio. Io, purtroppo per te, ci ho sempre creduto ai racconti horror. Sai, farti fuori mi costerà un occhio della testa...» 
Il ragazzo, oramai trasfigurato nel mostro che viveva nascosto dentro di lui, inarcò le spalle irsute, aprì quelle braccia pelose divenute zampe mostrando i lunghissimi artigli affilati, quindi con la bocca aperta, grondante saliva dai grandi canini appuntiti, si lanciò verso il poliziotto con un urlo terrificante. 
Fuori dall’edificio risuonarono alcuni colpi d’arma da fuoco.

 

Modena, un giorno prima di Natale.

È l’alba oramai. L’alba della vigilia. Una vigilia tranquilla, finalmente, dopo tante, troppe angosce. 
I modenesi potranno terminare in tranquillità i loro ultimi acquisti, girovagando per le strade del centro. Potranno passeggiare serenamente per le loro strade e piazze preferite, prendendo un caffè da Molinari*, affollando il Portico del Collegio, camminando a pendolo per via Emilia Centro o per via Farini, allungandosi in corso Canal Chiaro e salutando nel frattempo amici e conoscenti incontrati per caso. Col calare delle tenebre poi, coscienti della bella giornata di relax appena goduta, potranno avviarsi verso casa, dove prepararsi felici con cura per la cena in famiglia e recarsi, a mezzanotte, a gremire come tutti gli anni il Duomo per la Santa Messa e festeggiare così, tutti insieme e nella maniera migliore, il Santo Natale. 

Forse. 

 

[FINE                                                                 

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Note: 

* Bar Molinari, all’incrocio tra via Emilia e via Farini, uno dei luoghi più conosciuti e amati dai modenesi.


 
© Andrea Ronchetti
 
 
 

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