RUBRICA "DALL'ULTIMO BANCO VEDEVO IL MONDO - I RACCONTI DI ANDREA": A MODENA NON USCITE DA SOLI PER NATALE - VII^ PARTE

 

Dall'ultimo banco vedevo il mondo 

I racconti di Andrea

 
© Andrea Ronchetti

A MODENA NON USCITE DA SOLI PER NATALE 

VII^ parte 

 

Modena, due giorni prima di Natale.

Un sole intenso illuminava una giornata fredda e limpida.  Dalla finestra del suo ufficio in Questura, che dava su via Divisione Acqui, il commissario Morini spiava distratto il passaggio delle macchine e si sentiva stanco, affaticato. 
Non solo per il fatto che aveva dormito poco o niente, un sonno tra l’altro pieno di incubi. Non era solamente per quello. In realtà si sentiva come svuotato da ogni energia, depresso. Di solito non succedeva, dopo ogni caso risolto. Di solito era soddisfatto del proprio lavoro, quando portava ad un risultato concreto. Stavolta, no. Si voltò a guardare verso la parete dietro la scrivania: era piena di encomi, citazioni di merito, elogi. E altri ne avrebbe ricevuti adesso, dopo la felice conclusione del caso. Già il questore si era complimentato con lui, il sindaco gli aveva espresso tutta la gratitudine sua e della cittadinanza, e persino il comandante dei Carabinieri, pur rimarcando insinuante il fattivo (si fa per dire poiché non avevano fatto una beata mischia) ausilio della sua Compagnia, si era espresso nei suoi confronti con parole di ammirazione e di lode. 
Avrebbe avuto voglia di accendersi una sigaretta. In ufficio non si poteva... 
Entrò De Sarpi e gli lesse in faccia il suo stato d’animo. 
«Ma che hai? Sembri un cane bastonato!» 
«Perché, tu sei felice?» 
«E come dovrei essere, scusa? Abbiamo preso l’assassino, o no?» 
«Sì...» 
«Che c’è, pensi al ragazzo? A Paul?» 
«Anche...» 
Sì, pensava a quel ragazzo-bambino senza più un padre, che ora sarebbe stato sballottato da un istituto ad un altro, senza più nessuno che lo potesse veramente amare e proteggere. 
Amare e proteggere... 
Ma pensava che era stato anche tutto così facile, troppo facile, e non riusciva a comprenderne il perché. Qualcosa in questa vicenda ancora gli sfuggiva e lui si sentiva inquieto. 
De Sarpi interruppe il filo dei suoi pensieri. 
«Non ti devi preoccupare: è stato trasferito in comunità, e oggi comunque vedrà il padre in carcere, per un colloquio». 
«Un colloquio? Col padre? Chi ne ha fatto domanda?» 
«L’avvocato difensore, su richiesta di Darrymore. Gli è stato concesso immediatamente». 
«Per il resto non una parola sui motivi del suo comportamento, e meno che mai sul movente, vero?» 
«Già. Mutismo più assoluto. Per me la difesa si incentrerà sull’incapacità di intendere e di volere. Vedrai che presto chiederanno una perizia psichiatrica. Del resto, con un figlio così, può pure aver perso il lume della ragione. Ha fatto la guerra, no? Ha visto la morte in faccia, gli hanno sparato! E chi ti dice che già non fosse del tutto a posto, l’inglese? Poi la morte della moglie... altra bella mazzata!» 
«Si sa di cosa è morta?» 
«Non volevo dirtelo, ma ieri sera è arrivata un’informativa da Scotland Yard. La moglie si suicidò quando il ragazzo aveva tredici anni. Sotto un treno. Motivo? Boh! Forse la scoperta di una grave malattia, forse pure lei era caduta in depressione dopo quell’incidente che aveva reso zoppo il bambino...» 
Il commissario pensava. Era tornato alla finestra e rifletteva. 
«Senti, chi tiene i collegamenti con Scotland Yard?» 
«Il vice ispettore Borrelli». 
«Fallo venir qua. Ancora due cose: si hanno già i risultati degli esami del sangue trovato sulle lame e a che ora è previsto il colloquio tra Darrymore e il figlio?» 
«I risultati del sangue? Non sono stati eseguiti ancora; penso che li chieda il pubblico ministero. Il colloquio, comunque, sarà alle cinque, oggi pomeriggio». 
Il commissario si voltò come colpito da uno schiaffo in pieno volto: «Non sono stati ancora eseguiti? Chiama la Scientifica! Li voglio subito! Mi prendo io tutta la responsabilità!» 
De Sarpi tentennò; non si aspettava una reazione così brusca. 
Il commissario se ne accorse immediatamente e gli abbaiò contro: «Dai! Muoviti! E mandami Borrelli!» 
A Borrelli, che arrivò dopo pochi minuti, il commissario fece poche domande, precise. E poi gli comandò: «Ora lei chiama quei figli d’Albione, si fa dare il telefono della Polizia del Devonshire e risale fino a chi è informato su cosa successe esattamente al giovane Paul Darrymore da bambino, fosse anche il prete o la balia che lo ha allattato! Chiaro? Se necessario, millanti di conoscere il Capo di Scotland Yard, il Primo Ministro, al limite pure Sua Maestà Britannica, insomma chi vuole, ma parli con qualcuno che sappia di preciso cosa successe al figlio di John Darrymore. Mi sono spiegato?» 
«Ci vorrà del tempo...» 
«Me ne fotto! Si attacchi al telefono, faccia il diavolo a quattro e torni da me solo quando sa qualcosa! Ma in fretta, intesi?» 
Uscito il vice ispettore, il commissario buttò un’occhiata all’orologio a muro: le undici e un quarto. Pensò che il tempo stava stringendo, quindi si alzò dalla sua poltrona, indossò veloce il loden e uscì, come un fulmine, con un’ansia tremenda nel cuore. 
«Ma dove vai?» lo chiamò De Sarpi, che stava tornando dalla macchinetta del caffè con un cappuccino in mano. 
Lui si arrestò di colpo, lo squadrò con sdegno fulminante e gli rispose con un’altra domanda: «Fatto quello che ti ho chiesto?» 
«Sì, certo...» 
Il commissario gli prese il cappuccino dalle mani, se lo bevve quasi tutto d’un fiato e lo lasciò lì, nell’atrio, col bicchiere vuoto e la faccia di chi si sentiva, come si dice in gergo, cornuto e mazziato: «Bravo! L’esito degli esami sulla mia scrivania, appena li sfornano! Torno il prima possibile, vado da un amico! Poi andiamo in carcere, a Sant’Anna. Voglio assistere al colloquio! Ah, grazie per il cappuccio! Più zucchero, la prossima volta...»
 
Non c’era molto tempo da perdere. 
Il suo amico, un artigiano oramai in pensione ma che lavorava ancora, essendo assai valente nel proprio mestiere, guardò il commissario con due occhi stralunati: «Sei sicuro di star bene?» 
«Sicurissimo! Quando me li dai?» 
«Ma che te ne fai?» 
«Ovvio, li regalo! Non siamo forse a Natale?» 
«Domani, puoi passare domani». 
«Domani? No, no! Stasera! È assolutamente indispensabile che tu me li prepari per stasera!» 
«Stasera? Sei veramente fuori di testa! Hai la minima idea di quanto tempo ci voglia a farli? Ma perché poi tutta questa fretta?» 
«Se permetti, questi sono affari miei. Allora?» 
«D’accordo... ci proverò». 
«Sei un amico! Ci conto, eh? Passo prima dell’ora di chiusura!» 
Uscito dalla bottega dell’amico, il suo tono gioviale scomparve immediatamente. 
Risalì in macchina e si specchiò nel retrovisore per accorgersi finalmente che non si era nemmeno rasato la barba, ed erano già due mattine che questo succedeva, e adesso aveva una fitta peluria sul volto che gli dava un aspetto sciatto e trascurato. Gli bucarono l’anima invece i suoi occhi, che gli parlavano di un’angoscia troppo grande da trattenere e che gli era cominciata a crescere impetuosa nel cuore. 
«Fa’ che mi sbagli, Signore» pensò a voce alta. «Fa’ che mi sbagli!» 
Accese il motore e ritornò in Questura. 
Per strada si fermò per mandare giù un panino e una Coca in un fast food e quando arrivò in ufficio non trovò nessuno. 
De Sarpi probabilmente aveva smontato per il pranzo e doveva ancora rientrare. E il vice ispettore Borrelli? Forse quello era in servizio. Chiamò il piantone e comandò che venisse avvisato e mandato da lui.  
Passarono dieci minuti buoni poi il vice ispettore si presentò. 
«Eccomi, commissario!» 
«Allora, Borrelli, novità?» 
«Ho messo giù il telefono un attimo fa. Ora non sto a farle il resoconto di tutti coloro che ho interpellato o con cui ho parlato...» 
«Ecco, bravo, non me lo faccia, che non me ne frega niente! Mi dica soltanto cosa ha scoperto». 
«Dunque, i genitori si presentarono in ospedale, al pronto soccorso con Paul, una sera. Presentava escoriazioni, lividi e graffi su tutto il corpo, oltre che una profonda ferita su una gamba e altre sul capo, sulle braccia e sulla schiena. Raccontarono che era scivolato da su in cima alla scala di casa, ed era ruzzolato giù fino alla base della stessa. I tagli erano stati causati dai bordi taglienti dei gradini. Purtroppo nella caduta la gamba destra si era piegata in modo non naturale e sia il ginocchio che il tendine d’Achille avevano riportato serie lesioni. Questo almeno stando a quanto venne riportato sul referto ospedaliero. Il bambino venne curato e poi guarì dalle sue ferite, ma la gamba non riacquistò completamente la sua funzionalità...» 
«Quindi rimase zoppo». 
«Sì. Però...» 
«Però cosa?» 
«Però, dopo qualche tempo, cominciò a girare la voce che le cose non fossero andate proprio come avevano raccontato i genitori». 
«Chi ti ha riferito questo?» 
«Un poliziotto a riposo della Devon and Cornwall Police, che aveva come area di competenza il villaggio dove abitavano i Darrymore. Mi hanno fornito in via del tutto eccezionale il suo numero privato e gli ho telefonato». 
«Bravo! E come si sarebbero svolti i fatti?» 
«Pare che il bambino sia stato rinvenuto per strada, svenuto, una sera. Non rincasava da una visita ad un amico e suo padre era andato a cercarlo. Lo trovarono riverso in un viottolo vicino a casa». 
«Come finì?» 
«Beh, prove non ce n’erano. Sia i genitori che il bimbo hanno sempre sostenuto la versione dell’infortunio domestico. Il poliziotto raccolse queste voci nell’ambiente della parrocchia. Fu il pastore anglicano del villaggio a raccontargliele. Poco tempo dopo, la madre di Paul si suicidò. Di fronte alla tragedia familiare, tutto cadde nel dimenticatoio». 
«Il poliziotto ti ha raccontato anche di lei?» 
«Si è buttata sotto il treno». 
«E questo lo sapevamo già. Ma perché? Era depressa forse? Aveva scoperto di essere gravemente malata?» 
«Una donna più felice di lei non c’era in tutto il villaggio, mi han detto. Cambiò dopo l’incidente occorso al figlio. Come se dal giorno fosse passata alla notte. Dalla luce alle tenebre». 
«Alle tenebre...» 
Qualcuno bussò alla porta dell’ufficio e poi entrò senza aspettare che gli dicessero «Avanti!» 
Era De Sarpi. Portava un fascicoletto. 
«Gli esami sulle tracce di sangue trovate sulle lame. Quelli della Scientifica han detto che gli devi un favore!» 
«Li hai letti?» 
«Chi, io? Scherzerai? Me ne hanno fatto un riassunto!» 
Il commissario Morini fece un cenno come di aspettare, congedò Borrelli, lodandolo per l’impegno e ringraziandolo per la celerità, e quando furono soli, ordinò a De Sarpi di continuare: «E che dice, ’sto riassunto?» 
«Che sulle lame hanno rilevato il sangue delle tre vittime più quello di un’altra persona, che han contrassegnato come “Sconosciuto n° 1”». 
«Ci sono quattro tracce ematiche?» 
«Sì. Sulle lame c’è il sangue di quattro persone!» 
«Allora c’è un altro morto!» 
«Pare di sì!» 
Il commissario si alzò dalla sua poltrona e si mise alla finestra. Muto. Fuori, si vedeva il semaforo tra via Divisione Acqui e una sua diramazione che poi portava in Questura. Oltre il semaforo, il parco, gli alberi spogli. Le auto passavano, si fermavano al rosso, ripartivano. Il commissario osservava il traffico e taceva, rapito dai suoi pensieri oscuri. 
Uno di questi gli sfuggì a voce alta: «Un’altra vittima, un’altra persona ammazzata. Di cui non sappiamo nulla: sconosciuta! Oppure...» 
«Oppure che?» fece De Sarpi, che lo stava osservando, in attesa di un segno, un comando. 
Il commissario si riebbe in un attimo: «Niente! Una mia stronzata d’idea... Che ore sono?» 
«Le sedici!» 
«Andiamo, allora! Tra un’ora si incontrano i Darrymore». 
Uscendo il commissario si fermò un secondo nell’ufficio del vice ispettore Borrelli. 
«Un’ultima cosa, Borrelli: le hanno detto o accennato, nelle sue telefonate, ad altre malattie di Paul Darrymore, in particolare se avesse manifestato ritardi cognitivi?» 
«No, commissario. Anzi, il contrario! Prima dell’incidente era un bambino pieno di vita, allegro, intelligente e solare!» 
«Davvero? Ma guarda...» 
Fece un cenno a De Sarpi, come di andare avanti e che lo avrebbe raggiunto subito, poi si rivolse di nuovo a Borrelli: «Ho visto che con gli inglesi se l’è cavata benissimo, Borrelli. Ma per sua sfortuna non ha finito. Ho bisogno di togliermi un dubbio; ora le spiego che deve fare e appena avrà saputo qualcosa mi informi immediatamente, anche chiamandomi sul cellulare. Va bene?» 
«Certo, signor commissario!» 
Cinque minuti dopo De Sarpi poteva finalmente accendere il motore della Fiat Tipo di servizio per portare il commissario al carcere di S. Anna.
 
[continua...
 
© Andrea Ronchetti
 
 
 

Qui la VI^ parte del racconto 

 

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