RUBRICA "DALL'ULTIMO BANCO VEDEVO IL MONDO - I RACCONTI DI ANDREA": SOGNO D'ESTATE
Dall'ultimo banco vedevo il mondo
I racconti di Andrea
SOGNO D'ESTATE
Improvvisa, è giunta l'estate.
Soffocante, di sciroccate umide, zanzare e notti insonni alla
finestra.
Inaspettati, esplodono nell'aria plumbea violenti temporali, a
rovinar raccolti e spezzare l'afa. Per poco, poi si ricomincia.
Gli oleandri in giardino sono tutti in fiore, l'erba gialla e
rinsecchita dà l'idea di non voler mai più rinascere e io mi ostino ad
innaffiare ogni sera i pomodori messi a dimora da mio padre insieme a poche,
povere piantine di granoturco che mi sono incaponito di seminare, orgoglioso
dell'idea che avrei raccolto abbastanza mais per future galline. La gattina di
mia madre, anzi gattaccia dovrei dire, otto anni in un corpo scheletrico di
nervi e ferocia, se ne sta a dormire nell'angolo più ventilato della proprietà,
risparmiando le forze e preparandosi alla caccia notturna che mai, come
quest'anno, le ha portato in dote trofei di prede selvatiche inusuali: una
donnola e una civetta, così, inframezzati ai soliti topolini e cavallette da me
scoperti il giorno dopo, smangiucchiati qua e là, e raccolti con un minimo di pietas antica.
Questa canicola insopportabile, che mi porta a limitare al
minimo gli sforzi e le fatiche dell'opera quotidiana, amplifica un certo senso
di spossatezza che mi pervade continuamente mentre me ne sto lì, sul letto, ad
ascoltare le frivole cicale frinire, incapace di considerare altro desiderio se
non quello di fuggire verso lidi più freschi e riposanti. Potrei leggere,
guardare un film alla televisione, financo terminare di stendere quel racconto
che da troppo tempo attende, infelice, la sua fine.
Invece, nulla. Decido di alzarmi dal letto, scendere le scale
per andare a prendermi una birra gelata in frigo. L'ultima, prometto a me
stesso, perché vorrei mantenere la linea e lo so, che la birra gonfia: meglio
una bella tisana... puah!
Un'alternativa l'avrei: l'aria condizionata. Così comoda,
moderna, fresca e... pericolosa. Non l'accendo, memore dell'ultimo mal di gola
estivo che mi ha regalato. Il ventilatore a piantana si agita, sommessamente,
nell'impresa ardua di portare sollievo nella stanza che pare un forno per il
pane. Così, a poco a poco, mi addormento e finalmente trovo il mio equilibrio,
tra corpo e spirito. Mentre sprofondo verso lidi sconosciuti riesco ancora a
percepire, attraverso la finestra spalancata, i rumori della notte: alcune
macchine che passano per strada, gli ultimi avventori del bar di fronte dalla
voce impastata dalla stanchezza e dall'alcool, il canto dell'assiolo, dedicato
all'oscurità e alla sua compagna.
E le ore sotto il segno di Selene passano, fino alle prime luci
dell'alba che invadono e schiariscono la camera. Questa notte, al contrario di
altre, tormentate e frammentate da risvegli continui e dormiveglia assonnati,
ho dormito, e mi sveglio riposato. Io ne conosco il motivo. Un motivo che mi
rende felice.
Riesco a metterne a fuoco i dettagli mentre mi lavo, mi rado,
preparo la colazione.
Stanotte c'eri tu, con me. L'estate afosa, insopportabile, aveva
lasciato il posto a una stagione calda, ma piacevole, di spiagge dorate,
lettini, ombrelloni. Il mare aveva preso le sembianze di uno specchio azzurro,
disteso verso l'irraggiungibile, e intanto una brezza leggera da sud-ovest
tonificava il corpo e apriva il cuore. E tu eri lì, con me. Distesa su un telo
dai mille colori, rivolta verso l'orizzonte, tenevi gli occhi chiusi e ti
godevi quell'istante di pace e serenità stando lontana da tutto il male, il
dolore, le ansie, le frustrazioni, i fallimenti.
Stavi lì, vicino a me, però io non ti potevo toccare, e nemmeno
avvicinare, come fossi diventata irraggiungibile nella tua felicità. Il perché
in fondo era semplice. Perché era un sogno. Solamente un sogno. Tutto un sogno.
Questo mi avrebbe dovuto rendere triste, invece... salendo in macchina per
andare al lavoro ho sorriso; portavi un piccolo cappello di paglia, abbellito
da spighe di grano infilate nella fascia, e un leggero, trasparente abito
avana, che ti cadeva dolce da una spalla e ti rendeva ancora più sensuale,
splendida ed eterea.
Io stavo lì, ammirandoti senza parole; ti desideravo, ma –
purtroppo per me – eri intoccabile. Nonostante ciò, ugualmente, mi nasceva
dentro la felicità. La felicità dei miei doni.
© Andrea Ronchetti
Per aprire la pagina della rubrica e leggere i racconti già pubblicati, cliccare qui


Bravo Andrea! Molto bello questo piccolo racconto di una notte insonne dell'estate Padana. Mi piace lo stile, diretto, essenziale, narrativo al punto giusto. Nè troppo, nè poco. Bravo bravo, i miei complimenti.
RispondiEliminaRita